Fulvio Attinà

Egemonia globale e sicurezza regionale:

l’alterazione della NATO e la partnership di sicurezza europea

 

Fulvio Attinà

Università di Catania

fattina@sistemia.it

 

2000

first press

www.theglobalsite.ac.uk

 

  1. I grandi stati rivali del sistema internazionale contemporaneo – Stati Uniti, Russia e Cina – hanno recentemente mutato il carattere delle loro relazioni. Il "dilemma della sicurezza" non è al primo posto dei criteri che ispirano le loro relazioni bilaterali. La minaccia militare della Russia e della Cina non è un problema urgente dell’agenda della difesa degli Stati Uniti e, viceversa, gli Stati Uniti non pongono minacce militari agli interessi della Russia e della Cina.

Questa contingenza di pacificazione a livello delle superpotenze si innesta su due nuovi caratteri della sicurezza internazionale contemporanea

    1. la mancanza, nel sistema internazionale contemporaneo, di casi di scomparsa di stati in seguito ad aggressione militare,
    2. l’emergenza di sistemi di sicurezza regionale associata al declino del ricorso ad alleanze militari.

Questo paper riflette sui nuovi caratteri della sicurezza, sul ruolo dell’egemonia statunitense e sull’alterazione della NATO nel sistema di partnership regionale di sicurezza dell’Europa.

Sicurezza come sopravvivenza all’aggressione

  1. Quando consideriamo l’insuccesso delle guerre di aggressione rivolte alla conquista e conseguente soppressione dello stato aggredito nel sistema dell’egemonia americana, dobbiamo desumere che la sicurezza degli stati come probabilità di sopravvivere a un’aggressione mortale è la più forte che sia mai esistita da quando esistono sistemi di stati.

Nel sistema internazionale che si è costituito nel 1945, gli stati hanno cessato di esistere solo per disintegrazione o per volontaria unificazione:

La forza militare è stata utilizzata nel caso dell’unificazione del Vietnam (vedi più avanti) e in altri due casi di assimilazione forzata di un’entità postcoloniale da parte di uno stato confinante: l’Indonesia ha conquistato il Timor Occidentale nel 1975, ma ha dovuto lasciarlo dopo 25 anni; il Marocco ha conquistato il Sahara occidentale nello stesso anno, ma l’esito di quell’azione non è ancora definito. Sia Timor che Sahara occidentale, comunque, sono stati conquistati prima di ricevere i riconoscimenti internazionali che avrebbero dato loro la qualità di stati formalmente indipendenti. Il principio di autodeterminazione più che quello di sopravvivenza è stato violato in quelle occasioni.

  1. I casi di aggressione militare rivolta alla soppressione di uno stato nel sistema internazionale contemporaneo sono cinque:
    1. l’invasione della Corea del Sud da parte della Corea del Nord,
    2. l’invasione del Vietnam del Sud da parte del Vietnam del Nord,
    3. l’invasione dell’Afganistan da parte dell’Unione Sovietica,
    4. l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq
    5. l’invasione di parti del territorio della Bosnia da parte della Croazia e della Serbia nell’agosto 1995 che si sarebbe tradotta nella distruzione della Bosnia.

Si possono contare altri casi di aggressione militare e di conquiste territoriali dopo il 1945, ma questi non sono stati rivolti alla scomparsa dello stato aggredito né hanno avuto questa conseguenza. Nei cinque casi ricordati, l’aggressione ha avuto successo solo nel caso del Vietnam quando è mancata la legittimazione delle Nazioni Unite all’intervento degli Stati Uniti. In tutti gli altri casi, l’aggredito è stato salvato dall’intervento degli Stati Uniti con la legittimazione delle Nazioni Unite. Nel caso dell’Afganistan l’intervento degli Stati Uniti è stato indiretto (ha preso, cioè, la forma degli aiuti alla guerriglia e a movimenti armati di resistenza) e le Nazioni Unite non si sono pronunciate con una decisione del Consiglio di Sicurezza ma tramite risoluzioni dell’Assemblea Generale.

  1. Questa condizione di sicurezza degli stati contemporanei – cioè la sopravvivenza in caso di aggressione militare deliberata alla distruzione dello stato aggredito - suggerisce un profondo cambiamento della natura della sicurezza militare nel sistema internazionale contemporaneo. Mi sono riferito a questo cambiamento come alla trasformazione della natura della sicurezza del singolo stato dalla forma del diritto o bene individuale in prima istanza garantito dal singolo stato a se stesso alla forma del bene pubblico garantito a tutti gli stati in ultima istanza dalla potenza egemone del sistema con la legittimazione delle Nazioni Unite [Attinà, 1999].
  2. I sistemi internazionali del passato sono stati chiamati "sistemi di autodifesa", volendo con questo concetto intendere che ogni stato doveva provvedere alla propria sicurezza. In realtà, il bisogno di sicurezza di ogni stato è stato soddisfatto, più che con la sua autodifesa armata, con la formazione di alleanze militari, di solito imperniate sulle grandi potenze.
  3. Il diritto dello stato alla sicurezza e alla sopravvivenza è sempre esistito ed è stato sempre protetto dal diritto internazionale ma la pratica politica con la quale questo diritto viene garantito è diversa oggi rispetto al passato. Nei sistemi internazionali del passato, la sicurezza dello stato risiedeva in ultima istanza nelle grandi potenze le quali intervenivano a soccorso di stati minacciati tenendo conto dei propri interessi e delle proprie strategie. Le grandi potenze, inoltre, potevano scegliere di sacrificare l’esistenza delle piccole e medie potenze motivando la loro scelta con il principio di conservare il sistema internazionale come sistema composto da una pluralità di stati. La violazione del diritto dello stato alla conservazione della sua esistenza era giustificato, cioè, dalla necessità di impedire che la rottura dell’equilibrio in seguito a modificazioni politico-territoriali (unioni di regni; cessioni dinastiche; espansioni territoriali, etc.) desse luogo a un processo di trasformazione del sistema della pluralità degli stati verso la forma del sistema imperiale dominato da un solo stato. Questa "giustificazione" dell’annientamento di uno stato non è contemplata né nel diritto né nella pratica del sistema internazionale contemporaneo.

    Alleanze militari e partnerships regionali di sicurezza

  4. Al contrario del passato quando la sicurezza dello stato era garantita dalla forza militare e da un numero consistente di patti di alleanza militare, nel sistema internazionale contemporaneo, il numero delle alleanze militari è molto basso e – ciò che maggiormente conta sottolineare – la formazione di nuove alleanze militari negli ultimi vent’anni è scesa quasi a zero.
  5. La sottoscrizione di patti con la precisa definizione degli obblighi militari delle parti è una prassi sempre più desueta degli stati del sistema internazionale contemporaneo. Il posto di questa prassi sembra destinato ad essere occupato dalla creazione di accordi di partnership regionale di sicurezza. Questi accordi raccolgono un largo numero di stati geograficamente vicini e hanno caratteri molto diversi da quelli dei patti di alleanza militare.

  6. Le alleanze militari sono oggi uno strumento diverso da quello che sono state le alleanze prima della seconda guerra mondiale. Gruppi ristretti di stati – quasi sempre poche unità di stati - le alleanze del passato erano ben definite nei loro contenuti (il casus foederis) e le loro sorti erano legate a interessi contingenti, ai quali i governi degli stati membri non subordinavano in assoluto le proprie scelte politiche e diplomatiche di lunga durata né i caratteri del proprio sistema interno.
  7. Anche le principali alleanze create nei primi due decenni dopo la seconda guerra mondiale avevano caratteristiche differenti dalle alleanze militari classiche. Esse erano aggregazioni di un numero elevato di stati, a volte anche geograficamente lontani l’uno dall’altro. Le relazioni tra gli alleati, inoltre, raramente restavano limitate all’interesse comune definito dal casus foederis. Nei casi più fortunati e longevi di alleanze militari contemporanee – rappresentati dall’Alleanza Atlantica e dal Patto di Varsavia – l’alleanza militare è stato uno dei campi nei quali si è sviluppata una cooperazione intensa e molto articolata tra i paesi membri. Il contenuto della cooperazione non militare è stato ampio ed articolato e le sorti dell’alleanza militare sono dipese dalla qualità della cooperazione generale tra i paesi membri e non solo dalla qualità della cooperazione nel settore militare. Per questa ragione, i patti di alleanza promossi dagli Stati Uniti nel Pacifico e nell’area del Medio Oriente e del Golfo Persico negli ultimi anni Cinquanta (SEATO, CENTO, ANZUS) sono falliti in concomitanza con una cooperazione quasi nulla tra le società dei paesi membri. Anche il Patto di Varsavia è fallito quando si è dimostrato fallito il tentativo dei partiti comunisti al governo dei paesi membri di realizzare progetti vitali di società interne e, di conseguenza, progetti vitali di cooperazione tra le società nazionali. L’unica eccezione al declino delle alleanze militari è la NATO che – infatti – oggi è al centro di un sistema regionale di sicurezza, quello europeo che ha i caratteri delle partnerships di sicurezza
  8. Le partnerships regionali di sicurezza che sono in cantiere in Europa e fuori d’Europa
    1. non sono "comunità di sicurezza" ma non sono neanche una cosa del tutto diversa da queste,
    2. non sono la stessa cosa delle alleanze militari ma sono destinate a sostituirle in molte funzioni.

Fermiamoci su questi due punti.

  1. Gli studi di Karl Deutsch [1957] hanno dimostrato che la formazione di comunità di stati tra i quali si instaurano condizioni forti o assolute di sicurezza con la scomparsa dell’uso della violenza e della guerra per la soluzione dei conflitti di interesse dipende (i) da una elevata somiglianza culturale che facilita la crescita di scambi, transazioni sociali e flussi di comunicazione e quindi la formazione di una forte integrazione sociale e (ii) dalla creazione di istituzioni - sorrette dall’integrazione sociale - che, per conto degli stati, gestiscono cooperativamente i problemi comuni e le relazioni reciproche con metodi diversi dal conflitto armato.
  2. Le partnerships regionali di sicurezza somigliano alle comunità pluraliste di sicurezza di Deutsch perché in esse aumenta la frequenza delle transazioni e sale il livello dell’integrazione sociale. A differenza delle comunità di sicurezza, però, le istituzioni create dalle intese e dagli accordi tra stati partners sono formalmente dotate di competenze ristrette e specifiche a causa della distanza culturale e dell’abito di sospetto esistente, all’inizio del processo di partnership, tra stati che non hanno del tutto rimosso il "dilemma della sicurezza" nei rapporti reciproci.

    Non c’è dubbio che la vicinanza culturale aiuti l’incremento degli scambi e l’integrazione sociale, e non c’è dubbio che questa – a sua volta - sorregga le istituzioni che risolvono i problemi della sicurezza comune. A partire dal Processo di Helsinki, però, la sicurezza europea è stata costruita con un processo diverso: un’istituzione informale come la CSCE e, successivamente, un apparato istituzionale vero e proprio come l’OSCE insieme alle iniziative della NATO (Partnership for Peace e Euro-Atlantic Partnership Council), dell’UEO (i meccanismi delle diverse forme di membership) e dell’Unione Europea (allargamento) hanno prodotto un sistema di sicurezza che giunge allo stesso risultato delle comunità di sicurezza senza partire dalle stesse condizioni di vicinanza culturale e alto livello di transazioni.

    Nei casi studiati da Deutsch - tutti precedenti gli anni Cinquanta - le comunità di sicurezza esistono a livello potenziale e si materializzano quando danno vita ad istituzioni; al contrario, nei casi contemporanei di partnerships di sicurezza – il caso europeo (cioè l’insieme multi-istituzionale dell’OSCE, della NATO e dell’UE/UEO con i paesi dell’Europa orientale e gli stati baltici) e i casi in gestazione (la Carta euro-mediterranea di sicurezza e stabilità e il Forum Regionale asiatico) – sono piuttosto le istituzioni, intenzionalmente create dai governi per gestire i rischi della violenza dei conflitti, a produrre le condizioni delle comunità di sicurezza. Le istituzioni sono il principale agente della costruzione di pratiche di sicurezza comune e di una cultura comune della sicurezza anche tra stati che appartengono a tradizioni culturali e di civiltà differenti.

  3. Alla base dell’interesse degli stati contemporanei per gli accordi regionali di sicurezza vi è una nuova concezione di quale sia il modo migliore o preferibile di prevenire l’eruzione di violenza internazionale causata dalle mire di governi che non si astengono dall’aggressione per imporre la propria volontà sugli stati vicini. Tale concezione si appunta sulla condizione della stabilità geopolitica di una regione come fondamento del contenimento di possibili aggressori. La concezione tradizionale della sicurezza e della prevenzione dell’aggressione - che si fondava esclusivamente sulla forza della dissuasione dell’aggressore mediante la certezza della punizione con la forza armata (che è all’origine della formazione delle alleanze militari) – è oggi affiancata, infatti, dalla concezione che sia preferibile costruire sistemi regionali di stabilità geopolitica che non si basano esclusivamente sul rapporto delle forze militari nazionali o di alleanze contrapposte.
  4. I sistemi regionali di sicurezza, infatti, si costruiscono individuando le cause sottostanti della conflittualità regionale e predisponendo misure preventive di natura internazionale ed interna.

Le misure di natura internazionale comprendono

Le misure di natura interna, invece, comprendono

 

  1. Fino ad oggi, l’analisi del fenomeno delle partnerships regionali di sicurezza è stata limitata al caso europeo perché l’Europa è il primo sistema regionale nel quale l’interdipendenza economica ha eliminato la guerra tra gli stati occidentali e perché le condizioni di riduzione della probabilità di guerra si sono progressivamente estese nel continente europeo grazie all’apprendimento di pratiche di sicurezza cooperativa e interdipendenza politica che è stato introdotto da un processo che è il prototipo delle partnerships regionali di sicurezza e secondo alcuni è specifico dell’Europa, cioè il Processo di Helsinki che ha dato vita alla CSCE/OSCE.
  2. Date per scontate sia l’esistenza di molte specificità del caso europeo sia le buone ragioni della teoria dei "complessi di sicurezza" [Buzan, 1991] e di quella "delle zone di pace e zone di guerra" [Singer and Wildavsky, 1993; Solingen, 1998] che differentemente spiegano il contenimento e l’incapsulamento del conflitto e della cooperazione in gruppi di stati geograficamente contigui, si segnala che le condizioni dell’interdipenza economica e politica si stanno presentando anche in altre parti del mondo [Troiani, 2000]. Una variante delle pratiche europee della sicurezza cooperativa è in cantiere in Asia nella forma del Forum Regionale dell’Asia attivato tra un largo numero di paesi su iniziativa dei governi dell’ASEAN (Association of South Eastern Asian Nations). Un’altra variante è in cantiere nel Mediterraneo nel quadro del Processo di Barcellona dove sta per essere definito in una Carta o Patto di sicurezza e stabilità.

    L’alterazione della NATO e la sicurezza in Europa

  3. La costruzione di una partnership regionale di sicurezza è evidente in Europa sia per quel che riguarda le condizioni internazionali grazie alla convergenza del modello di sicurezza regionale della CSCE/OSCE con il programma di politica comune di difesa dei paesi dell’Unione Europea e i programmi della NATO; sia per quel che riguarda le condizioni interne grazie ai programmi di cooperazione estesi alla dimensione economica e societaria avviati dopo il crollo dei blocchi militari (dai programmi TACIS e PHARE al Patto di stabilità per i Balcani).
  4. Il modello tradizionale di dissuasione diretta di eventuali aggressori, comunque, non è stato abbandonato e la responsabilità della dissuasione diretta dell’aggressore resta assegnata in primo luogo agli Stati Uniti e all’Alleanza Atlantica. Non si tratta di una netta divisione del lavoro ma di un’intesa flessibile nella consapevolezza che, seppure il ricorso al modello della dissuasione del singolo aggressore è necessario, è di gran lunga preferibile - culturalmente, socialmente ed economicamente - fare affidamento sul modello della partnership regionale.

  5. Gli Stati Uniti conservano la responsabilità della leadership mondiale in una competizione politica globale nella quale l’Unione Europea non interviene come sfidante ma come seguace-partner della potenza globale. Nell’ambito della sicurezza, questo rapporto è stato abbondantemente intriso di dichiarazioni improntate al dialogo e alla parità degli alleati. In concreto, l’attitudine americana al dialogo non è molto forte e la pratica dei vertici militari americani è improntata alla preferenza per l’azione unilaterale. Sebbene gli Stati Uniti, quando si sono assunti il compito di compiere interventi militari, abbiano sempre cercato la legittimazione multilaterale (delle Nazioni Unite o di una coalizione multinazionale) e sebbene nell’era della leadership americana il multilateralismo si sia fortemente sviluppato nella politica internazionale, la tendenza americana ad operazioni di sicurezza unilaterali è molto forte ed aumenta nel caso di crisi eccezionali e quando è percepita l’urgenza di uscire rapidamente da situazioni complesse o che si ritiene possano rapidamente aggravarsi.
  6. E’ stato ripetutamente detto che, sebbene la leadership degli Stati Uniti sia ancora più solida dopo la fine del bipolarismo, sono aumentate le condizioni favorevoli a una leadership mondiale meno unilaterale e che questo è particolarmente vero in Europa dove gli Stati Uniti potrebbero risparmiare risorse da destinare ai loro impegni nelle altre parti del mondo. Sebbene la gestione delle crisi balcaniche non abbia confermato questa opinione, la conduzione americana della NATO negli anni Novanta è sensibilmente cambiata avendo riconosciuto che l’adeguamento dell’Alleanza al dopo-guerra fredda non può essere fatto senza dare spazio a maggiore dialogo con gli alleati più importanti e a meno unilateralismo.

  7. Il negoziato euro-americano sui cambiamenti della sicurezza nella tradizionale sede dell’Alleanza Atlantica prefigura un’alterazione dei caratteri tradizionali dell’Alleanza. Alcuni studiosi ritengono che questo negoziato possa serenamente dar vita a una specializzazione dei due partners nei compiti della difesa: una sorta di divisione del lavoro nella quale gli Stati Uniti (i) conservano il ruolo di fornitore della sicurezza dall’aggressione mediante sistemi strategici globali e capacità logistiche e di intelligence avanzate e (ii) riducono le proprie capacità militari sul terreno che nel teatro europeo oggi servono soprattutto ad operazioni di peace-keeping e gestione di crisi dando spazio agli europei nell’espletamento di questa missione. Per la verità, l’evoluzione della NATO negli ultimi dieci anni non confermano del tutto questa aspettativa.
  8. E’ necessario intendersi sul futuro della NATO. Nel breve-medio periodo,
    1. l’Alleanza Atlantica resterà impegnata nei compiti di difesa collettiva dei propri membri e continuerà a tenere in esercizio le forze necessarie alla difesa da aggressioni militari e le forze di risposta proporzionale. Gli Stati Uniti continueranno ad assicurare alla NATO le capacità militari di tecnologia avanzata (nucleare, missilistica e armi di distruzione di massa) che sono necessarie a difendere l’Europa da eventuali minacce di attacchi violenti di grandi dimensioni;
    2. nello stesso tempo l’Alleanza Atlantica continuerà il processo di adeguamento alle nuove condizioni della sicurezza europea che essa sta percorrendo dalla fine del bipolarismo. Questa trasformazione della NATO ha due dimensioni:
      1. l’allargamento dei membri e la costruzione di relazioni speciali con tutti i paesi europei;
      2. lo sviluppo di nuove missioni dell’Alleanza che assumono la forma di capacità militari per compiti di emergenza e gestione di crisi in Europa e anche nelle aree che circondano l’Europa.
  1. L’alterazione della NATO si riassume nel passaggio dalla sua originaria natura di organizzazione di difesa collettiva a quella di organizzazione di sicurezza collettiva, evoluzione congeniale con la tendenza del declino delle alleanze militari e dell’emergenza delle partnership regionali di sicurezza.
    1. La difesa collettiva è una forma di sicurezza concordata da un numero ristretto di stati che ritengono di avere lo stesso nemico, cioè ritengono che uno stato o una coalizione di stati sia la principale minaccia ai loro interessi fondamentali. Per questa ragione essi concordano patti di alleanza militare che dettagliatamente prevedono i casi di soccorso reciproco oppure la congiunzione delle loro forze armate o i due meccanismi allo stesso tempo.
    2. La sicurezza collettiva, invece, è una forma di sicurezza ispirata da un concetto molto antico che nel pensiero contemporaneo è legato alla versione wilsoniana del termine. Il presidente americano Woodrow Wilson ne aveva fatto il concetto principale della sua visione di riorganizzazione delle relazioni internazionali dopo la prima guerra mondiale. Si deve a lui l’idea di costituire un’organizzazione mondiale (in concreto la Società delle Nazioni) caricato del compito di difendere la sicurezza di tutti gli stati attuando la repressione di qualsiasi aggressione militare di uno stato contro altri mediante la congiunzione delle forze degli stati membri.
    3. La riproposizione dell’idea di sicurezza collettiva nei nostri giorni – che è alla base dei progetti di partnership regionali di sicurezza - è legata a un differente contesto mondiale e a una differente esperienza di politica internazionale. Il contesto mondiale è quello al quale ci riferiamo comunemente con il termine di globalizzazione, cioè il contesto di un mondo sotto gli effetti dell’espansione dell’interdipendenza e della interconnessione dei sistemi statali. L’esperienza politica internazionale, invece, è quella maturata in Europa con il Processo di Helsinki all’ombra dei negoziati del controllo degli armamenti tra Stati Uniti ed Unione Sovietica.
  2. Tutto questo ha dato luogo alla fortuna del concetto di sistema o partnership regionale di sicurezza collettiva. In questo tipo di sistema non c’è una sola organizzazione internazionale che assume il compito di attuare la repressione dell’aggressore, ma il sistema si basa
      1. su una struttura formata da istituzioni e meccanismi internazionali (non tutti includenti tutti gli stati della regione) che progettano gli strumenti della sicurezza cooperativa e comprensiva, e
      2. sulla permanenza degli stati come agenti capaci di adeguamento alla e trasformazione della struttura stessa.
  1. In questa prospettiva, l’amministrazione americana dei presidenti Bush e Clinton ha proceduto a:

In tal modo, la NATO è diventata l’istituzione perno della struttura della sicurezza collettiva europea e ha conservato la leadership degli Stati Uniti sugli agenti statali della sicurezza collettiva.

  1. Quando la NATO e l’Unione Europa supereranno la soglia dei venti paesi membri non solo la struttura della sicurezza europea sarà diversa dall’attuale; anche i processi decisionali delle due organizzazioni saranno differenti. Se l’Unione Europea è periodicamente impegnata in conferenze intergovernative di riforma della sua struttura istituzionale e decisionale, la NATO non funziona nello stesso modo ed è destinata a conservare il suo assetto decisionale "gerarchico". Questo non esclude che, dal punto di vista sostanziale, il processo decisionale dell’Alleanza diventi più articolato e complesso. Il "pilastro" europeo diventerà inevitabilmente più forte, anche perché alcuni nuovi membri dell’Alleanza saranno nuovi membri dell’Unione Europea e l’identità europea sarà perciò più consistente. I partners non-membri dell’Alleanza, inoltre, si daranno da fare per rappresentare i loro interessi e cercheranno in qualche modo di influenzare il processo decisionale formale dell’Alleanza.

Gli Stati Uniti, quindi, dovranno sviluppare capacità di leadership adeguate al nuovo contesto decisionale e saranno probabilmente più disponibili a percorrere processi negoziali che producono decisioni fondate su un largo consenso degli alleati e dei partners. In cambio gli Stati Uniti potranno godere della leadership di un’alleanza militare fondata su una larga omogeneità delle forze armate dei paesi membri e della loro abitudine al dialogo con tutti gli stati del sistema di partnership.

 

ATTINA' F. (1999) Il sistema politico globale. Introduzione alle relazioni internazionali, Roma-Bari, Laterza.

BUZAN B. (1991) People, States, and Fear, Brighton, Harvester.

DEUTSCH K.W. et als. (1957) Political community in the North Atlantic Area, Princeton, Princeton Univiersity Press

SINGER M. and WILDAVSKY A. (1993) The Real World Order. Zones of Peace/Zones of Turmoil, Chatham, Chatham House

SOLINGEN E. (1998) Regional orders at centrury’s dawn, Princeton UP

TROIANI L (2000) Regionalismi economici e sicurezza, Angeli.