- I grandi stati rivali del sistema internazionale contemporaneo – Stati
Uniti, Russia e Cina – hanno recentemente mutato il carattere delle loro
relazioni. Il "dilemma della sicurezza" non è al primo posto dei
criteri che ispirano le loro relazioni bilaterali. La minaccia militare
della Russia e della Cina non è un problema urgente dell’agenda della
difesa degli Stati Uniti e, viceversa, gli Stati Uniti non pongono minacce
militari agli interessi della Russia e della Cina.
Questa contingenza di pacificazione a livello delle
superpotenze si innesta su due nuovi caratteri della sicurezza internazionale
contemporanea
- la mancanza, nel sistema internazionale contemporaneo, di casi di
scomparsa di stati in seguito ad aggressione militare,
- l’emergenza di sistemi di sicurezza regionale associata al declino del
ricorso ad alleanze militari.
Questo paper riflette sui nuovi caratteri della
sicurezza, sul ruolo dell’egemonia statunitense e sull’alterazione della
NATO nel sistema di partnership regionale di sicurezza dell’Europa.
Sicurezza come sopravvivenza all’aggressione
- Quando consideriamo l’insuccesso delle guerre di aggressione rivolte alla
conquista e conseguente soppressione dello stato aggredito nel sistema dell’egemonia
americana, dobbiamo desumere che la sicurezza degli stati come probabilità di
sopravvivere a un’aggressione mortale è la più forte che sia mai esistita
da quando esistono sistemi di stati.
Nel sistema internazionale che si è costituito nel 1945,
gli stati hanno cessato di esistere solo per disintegrazione o per volontaria
unificazione:
- sono casi di disintegrazione la Jugoslavia, l’Unione Sovietica e la
Cecoslovacchia;
- sono casi di unificazione (a) le unioni tra giovani entità statali post-coloniali
che hanno dato vita a Malaysia, Tanzania ed Emirati Arabi Uniti e (b) la
riunificazione di "stati divisi" creati dai vincitori della
seconda guerra mondiale (Vietnam e Germania; domani Corea) o da una potenza
coloniale (Yemen).
La forza militare è stata utilizzata nel caso dell’unificazione
del Vietnam (vedi più avanti) e in altri due casi di assimilazione forzata di
un’entità postcoloniale da parte di uno stato confinante: l’Indonesia ha
conquistato il Timor Occidentale nel 1975, ma ha dovuto lasciarlo dopo 25 anni;
il Marocco ha conquistato il Sahara occidentale nello stesso anno, ma l’esito
di quell’azione non è ancora definito. Sia Timor che Sahara occidentale,
comunque, sono stati conquistati prima di ricevere i riconoscimenti
internazionali che avrebbero dato loro la qualità di stati formalmente
indipendenti. Il principio di autodeterminazione più che quello di
sopravvivenza è stato violato in quelle occasioni.
- I casi di aggressione militare rivolta alla soppressione di uno stato nel
sistema internazionale contemporaneo sono cinque:
- l’invasione della Corea del Sud da parte della Corea del Nord,
- l’invasione del Vietnam del Sud da parte del Vietnam del Nord,
- l’invasione dell’Afganistan da parte dell’Unione Sovietica,
- l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq
- l’invasione di parti del territorio della Bosnia da parte della
Croazia e della Serbia nell’agosto 1995 che si sarebbe tradotta nella
distruzione della Bosnia.
Si possono contare altri casi di aggressione militare e di
conquiste territoriali dopo il 1945, ma questi non sono stati rivolti alla
scomparsa dello stato aggredito né hanno avuto questa conseguenza. Nei cinque
casi ricordati, l’aggressione ha avuto successo solo nel caso del Vietnam
quando è mancata la legittimazione delle Nazioni Unite all’intervento degli
Stati Uniti. In tutti gli altri casi, l’aggredito è stato salvato dall’intervento
degli Stati Uniti con la legittimazione delle Nazioni Unite. Nel caso dell’Afganistan
l’intervento degli Stati Uniti è stato indiretto (ha preso, cioè, la forma
degli aiuti alla guerriglia e a movimenti armati di resistenza) e le Nazioni
Unite non si sono pronunciate con una decisione del Consiglio di Sicurezza ma
tramite risoluzioni dell’Assemblea Generale.
- Questa condizione di sicurezza degli stati contemporanei – cioè la
sopravvivenza in caso di aggressione militare deliberata alla distruzione
dello stato aggredito - suggerisce un profondo cambiamento della natura
della sicurezza militare nel sistema internazionale contemporaneo. Mi sono
riferito a questo cambiamento come alla trasformazione della natura della
sicurezza del singolo stato dalla forma del diritto o bene individuale in
prima istanza garantito dal singolo stato a se stesso alla forma del bene
pubblico garantito a tutti gli stati in ultima istanza dalla potenza egemone
del sistema con la legittimazione delle Nazioni Unite [Attinà, 1999].
- I sistemi internazionali del passato sono stati chiamati "sistemi di
autodifesa", volendo con questo concetto intendere che ogni stato
doveva provvedere alla propria sicurezza. In realtà, il bisogno di
sicurezza di ogni stato è stato soddisfatto, più che con la sua autodifesa
armata, con la formazione di alleanze militari, di solito imperniate sulle
grandi potenze.
Il diritto dello stato alla sicurezza e alla sopravvivenza
è sempre esistito ed è stato sempre protetto dal diritto internazionale ma
la pratica politica con la quale questo diritto viene garantito è diversa
oggi rispetto al passato. Nei sistemi internazionali del passato, la sicurezza
dello stato risiedeva in ultima istanza nelle grandi potenze le quali
intervenivano a soccorso di stati minacciati tenendo conto dei propri
interessi e delle proprie strategie. Le grandi potenze, inoltre, potevano
scegliere di sacrificare l’esistenza delle piccole e medie potenze motivando
la loro scelta con il principio di conservare il sistema internazionale come
sistema composto da una pluralità di stati. La violazione del diritto dello
stato alla conservazione della sua esistenza era giustificato, cioè, dalla
necessità di impedire che la rottura dell’equilibrio in seguito a
modificazioni politico-territoriali (unioni di regni; cessioni dinastiche;
espansioni territoriali, etc.) desse luogo a un processo di trasformazione del
sistema della pluralità degli stati verso la forma del sistema imperiale
dominato da un solo stato. Questa "giustificazione" dell’annientamento
di uno stato non è contemplata né nel diritto né nella pratica del sistema
internazionale contemporaneo.
Alleanze militari e partnerships
regionali di sicurezza
- Al contrario del passato quando la sicurezza dello stato era garantita
dalla forza militare e da un numero consistente di patti di alleanza
militare, nel sistema internazionale contemporaneo, il numero delle alleanze
militari è molto basso e – ciò che maggiormente conta sottolineare –
la formazione di nuove alleanze militari negli ultimi vent’anni è scesa
quasi a zero.
La sottoscrizione di patti con la precisa definizione degli
obblighi militari delle parti è una prassi sempre più desueta degli stati
del sistema internazionale contemporaneo. Il posto di questa prassi sembra
destinato ad essere occupato dalla creazione di accordi di partnership
regionale di sicurezza. Questi accordi raccolgono un largo numero di stati
geograficamente vicini e hanno caratteri molto diversi da quelli dei patti di
alleanza militare.
- Le alleanze militari sono oggi uno strumento diverso da quello che sono
state le alleanze prima della seconda guerra mondiale. Gruppi ristretti di
stati – quasi sempre poche unità di stati - le alleanze del passato erano
ben definite nei loro contenuti (il casus foederis) e le loro sorti
erano legate a interessi contingenti, ai quali i governi degli stati membri
non subordinavano in assoluto le proprie scelte politiche e diplomatiche di
lunga durata né i caratteri del proprio sistema interno.
- Anche le principali alleanze create nei primi due decenni dopo la seconda
guerra mondiale avevano caratteristiche differenti dalle alleanze militari
classiche. Esse erano aggregazioni di un numero elevato di stati, a volte
anche geograficamente lontani l’uno dall’altro. Le relazioni tra gli
alleati, inoltre, raramente restavano limitate all’interesse comune
definito dal casus foederis. Nei casi più fortunati e longevi di
alleanze militari contemporanee – rappresentati dall’Alleanza Atlantica
e dal Patto di Varsavia – l’alleanza militare è stato uno dei campi nei
quali si è sviluppata una cooperazione intensa e molto articolata tra i
paesi membri. Il contenuto della cooperazione non militare è stato ampio ed
articolato e le sorti dell’alleanza militare sono dipese dalla qualità
della cooperazione generale tra i paesi membri e non solo dalla qualità
della cooperazione nel settore militare. Per questa ragione, i patti di
alleanza promossi dagli Stati Uniti nel Pacifico e nell’area del Medio
Oriente e del Golfo Persico negli ultimi anni Cinquanta (SEATO, CENTO, ANZUS)
sono falliti in concomitanza con una cooperazione quasi nulla tra le
società dei paesi membri. Anche il Patto di Varsavia è fallito quando si
è dimostrato fallito il tentativo dei partiti comunisti al governo dei
paesi membri di realizzare progetti vitali di società interne e, di
conseguenza, progetti vitali di cooperazione tra le società nazionali. L’unica
eccezione al declino delle alleanze militari è la NATO che – infatti –
oggi è al centro di un sistema regionale di sicurezza, quello europeo che
ha i caratteri delle partnerships di sicurezza
- Le partnerships regionali di sicurezza che sono in cantiere in
Europa e fuori d’Europa
- non sono "comunità di sicurezza" ma non sono neanche una cosa
del tutto diversa da queste,
- non sono la stessa cosa delle alleanze militari ma sono destinate a
sostituirle in molte funzioni.
Fermiamoci su questi due punti.
- Gli studi di Karl Deutsch [1957] hanno dimostrato che la formazione di
comunità di stati tra i quali si instaurano condizioni forti o assolute di
sicurezza con la scomparsa dell’uso della violenza e della guerra per la
soluzione dei conflitti di interesse dipende (i) da una elevata somiglianza
culturale che facilita la crescita di scambi, transazioni sociali e flussi
di comunicazione e quindi la formazione di una forte integrazione sociale e
(ii) dalla creazione di istituzioni - sorrette dall’integrazione sociale -
che, per conto degli stati, gestiscono cooperativamente i problemi comuni e
le relazioni reciproche con metodi diversi dal conflitto armato.
Le partnerships regionali di sicurezza somigliano
alle comunità pluraliste di sicurezza di Deutsch perché in esse aumenta la
frequenza delle transazioni e sale il livello dell’integrazione sociale. A
differenza delle comunità di sicurezza, però, le istituzioni create dalle
intese e dagli accordi tra stati partners sono formalmente dotate di
competenze ristrette e specifiche a causa della distanza culturale e dell’abito
di sospetto esistente, all’inizio del processo di partnership, tra
stati che non hanno del tutto rimosso il "dilemma della sicurezza"
nei rapporti reciproci.
Non c’è dubbio che la vicinanza culturale aiuti l’incremento
degli scambi e l’integrazione sociale, e non c’è dubbio che questa – a
sua volta - sorregga le istituzioni che risolvono i problemi della sicurezza
comune. A partire dal Processo di Helsinki, però, la sicurezza europea è
stata costruita con un processo diverso: un’istituzione informale come la
CSCE e, successivamente, un apparato istituzionale vero e proprio come l’OSCE
insieme alle iniziative della NATO (Partnership for Peace e Euro-Atlantic
Partnership Council), dell’UEO (i meccanismi delle diverse forme di
membership) e dell’Unione Europea (allargamento) hanno prodotto un sistema
di sicurezza che giunge allo stesso risultato delle comunità di sicurezza
senza partire dalle stesse condizioni di vicinanza culturale e alto livello di
transazioni.
Nei casi studiati da Deutsch - tutti precedenti gli anni
Cinquanta - le comunità di sicurezza esistono a livello potenziale e si
materializzano quando danno vita ad istituzioni; al contrario, nei casi
contemporanei di partnerships di sicurezza – il caso europeo (cioè l’insieme
multi-istituzionale dell’OSCE, della NATO e dell’UE/UEO con i paesi dell’Europa
orientale e gli stati baltici) e i casi in gestazione (la Carta euro-mediterranea
di sicurezza e stabilità e il Forum Regionale asiatico) – sono piuttosto le
istituzioni, intenzionalmente create dai governi per gestire i rischi della
violenza dei conflitti, a produrre le condizioni delle comunità di sicurezza.
Le istituzioni sono il principale agente della costruzione di pratiche di
sicurezza comune e di una cultura comune della sicurezza anche tra stati che
appartengono a tradizioni culturali e di civiltà differenti.
- Alla base dell’interesse degli stati contemporanei per gli accordi
regionali di sicurezza vi è una nuova concezione di quale sia il modo
migliore o preferibile di prevenire l’eruzione di violenza internazionale
causata dalle mire di governi che non si astengono dall’aggressione per
imporre la propria volontà sugli stati vicini. Tale concezione si appunta
sulla condizione della stabilità geopolitica di una regione come fondamento
del contenimento di possibili aggressori. La concezione tradizionale della
sicurezza e della prevenzione dell’aggressione - che si fondava
esclusivamente sulla forza della dissuasione dell’aggressore mediante la
certezza della punizione con la forza armata (che è all’origine della
formazione delle alleanze militari) – è oggi affiancata, infatti, dalla
concezione che sia preferibile costruire sistemi regionali di stabilità
geopolitica che non si basano esclusivamente sul rapporto delle forze
militari nazionali o di alleanze contrapposte.
- I sistemi regionali di sicurezza, infatti, si costruiscono individuando le
cause sottostanti della conflittualità regionale e predisponendo misure
preventive di natura internazionale ed interna.
Le misure di natura internazionale comprendono
- la costruzione di un’architettura regionale di sicurezza collettiva
che rassicuri gli stati più deboli,
- la costituzione di capacità di gestione pacifica delle crisi,
- la creazione di corpi di intervento rapido in funzione dissuasiva dell’aggressore
e restaurazione della sicurezza violata,
- l’impegno di risorse da parte dei governi che si assumono la
responsabilità di sostenere il sistema di sicurezza regionale.
Le misure di natura interna, invece, comprendono
- l’assistenza destinata a sostenere i processi di democratizzazione
nella convinzione, supportata dall’esperienza, che i regimi
democratici siano dotati di meccanismi che raffreddano le tentazioni
aggressive;
- l’assistenza economica per creare un’economia interna stabile
nella convinzione che la soddisfazione dei bisogni economici non
alimenti le rivendicazioni internazionali;
- l’assistenza alle strutture della società civile nella convinzione
che il pluralismo sociale interno dia vita a società aperte alle
transazioni internazionali pacifiche piuttosto che violente.
- Fino ad oggi, l’analisi del fenomeno delle partnerships regionali
di sicurezza è stata limitata al caso europeo perché l’Europa è il
primo sistema regionale nel quale l’interdipendenza economica ha eliminato
la guerra tra gli stati occidentali e perché le condizioni di riduzione
della probabilità di guerra si sono progressivamente estese nel continente
europeo grazie all’apprendimento di pratiche di sicurezza cooperativa e
interdipendenza politica che è stato introdotto da un processo che è il
prototipo delle partnerships regionali di sicurezza e secondo alcuni
è specifico dell’Europa, cioè il Processo di Helsinki che ha dato vita
alla CSCE/OSCE.
Date per scontate sia l’esistenza di molte specificità
del caso europeo sia le buone ragioni della teoria dei "complessi di
sicurezza" [Buzan, 1991] e di quella "delle zone di pace e zone di
guerra" [Singer and Wildavsky, 1993; Solingen, 1998] che differentemente
spiegano il contenimento e l’incapsulamento del conflitto e della
cooperazione in gruppi di stati geograficamente contigui, si segnala che le
condizioni dell’interdipenza economica e politica si stanno presentando
anche in altre parti del mondo [Troiani, 2000]. Una variante delle pratiche
europee della sicurezza cooperativa è in cantiere in Asia nella forma del
Forum Regionale dell’Asia attivato tra un largo numero di paesi su
iniziativa dei governi dell’ASEAN (Association of South Eastern Asian
Nations). Un’altra variante è in cantiere nel Mediterraneo nel quadro
del Processo di Barcellona dove sta per essere definito in una Carta o Patto
di sicurezza e stabilità.
L’alterazione
della NATO e la sicurezza in Europa
- La costruzione di una partnership regionale di sicurezza è
evidente in Europa sia per quel che riguarda le condizioni internazionali
grazie alla convergenza del modello di sicurezza regionale della CSCE/OSCE
con il programma di politica comune di difesa dei paesi dell’Unione
Europea e i programmi della NATO; sia per quel che riguarda le condizioni
interne grazie ai programmi di cooperazione estesi alla dimensione economica
e societaria avviati dopo il crollo dei blocchi militari (dai programmi
TACIS e PHARE al Patto di stabilità per i Balcani).
Il modello tradizionale di dissuasione diretta di eventuali
aggressori, comunque, non è stato abbandonato e la responsabilità della
dissuasione diretta dell’aggressore resta assegnata in primo luogo agli
Stati Uniti e all’Alleanza Atlantica. Non si tratta di una netta divisione
del lavoro ma di un’intesa flessibile nella consapevolezza che, seppure il
ricorso al modello della dissuasione del singolo aggressore è necessario, è
di gran lunga preferibile - culturalmente, socialmente ed economicamente -
fare affidamento sul modello della partnership regionale.
- Gli Stati Uniti conservano la responsabilità della leadership mondiale in
una competizione politica globale nella quale l’Unione Europea non
interviene come sfidante ma come seguace-partner della potenza globale. Nell’ambito
della sicurezza, questo rapporto è stato abbondantemente intriso di
dichiarazioni improntate al dialogo e alla parità degli alleati. In
concreto, l’attitudine americana al dialogo non è molto forte e la
pratica dei vertici militari americani è improntata alla preferenza per l’azione
unilaterale. Sebbene gli Stati Uniti, quando si sono assunti il compito di
compiere interventi militari, abbiano sempre cercato la legittimazione
multilaterale (delle Nazioni Unite o di una coalizione multinazionale) e
sebbene nell’era della leadership americana il multilateralismo si sia
fortemente sviluppato nella politica internazionale, la tendenza americana
ad operazioni di sicurezza unilaterali è molto forte ed aumenta nel caso di
crisi eccezionali e quando è percepita l’urgenza di uscire rapidamente da
situazioni complesse o che si ritiene possano rapidamente aggravarsi.
E’ stato ripetutamente detto che, sebbene la leadership
degli Stati Uniti sia ancora più solida dopo la fine del bipolarismo, sono
aumentate le condizioni favorevoli a una leadership mondiale meno unilaterale
e che questo è particolarmente vero in Europa dove gli Stati Uniti potrebbero
risparmiare risorse da destinare ai loro impegni nelle altre parti del mondo.
Sebbene la gestione delle crisi balcaniche non abbia confermato questa
opinione, la conduzione americana della NATO negli anni Novanta è
sensibilmente cambiata avendo riconosciuto che l’adeguamento dell’Alleanza
al dopo-guerra fredda non può essere fatto senza dare spazio a maggiore
dialogo con gli alleati più importanti e a meno unilateralismo.
- Il negoziato euro-americano sui cambiamenti della sicurezza nella
tradizionale sede dell’Alleanza Atlantica prefigura un’alterazione dei
caratteri tradizionali dell’Alleanza. Alcuni studiosi ritengono che questo
negoziato possa serenamente dar vita a una specializzazione dei due partners
nei compiti della difesa: una sorta di divisione del lavoro nella quale gli
Stati Uniti (i) conservano il ruolo di fornitore della sicurezza dall’aggressione
mediante sistemi strategici globali e capacità logistiche e di intelligence
avanzate e (ii) riducono le proprie capacità militari sul terreno che nel
teatro europeo oggi servono soprattutto ad operazioni di peace-keeping
e gestione di crisi dando spazio agli europei nell’espletamento di questa
missione. Per la verità, l’evoluzione della NATO negli ultimi dieci anni
non confermano del tutto questa aspettativa.
- E’ necessario intendersi sul futuro della NATO. Nel breve-medio periodo,
- l’Alleanza Atlantica resterà impegnata nei compiti di difesa
collettiva dei propri membri e continuerà a tenere in esercizio le forze
necessarie alla difesa da aggressioni militari e le forze di risposta
proporzionale. Gli Stati Uniti continueranno ad assicurare alla NATO le
capacità militari di tecnologia avanzata (nucleare, missilistica e armi
di distruzione di massa) che sono necessarie a difendere l’Europa da
eventuali minacce di attacchi violenti di grandi dimensioni;
- nello stesso tempo l’Alleanza Atlantica continuerà il processo di
adeguamento alle nuove condizioni della sicurezza europea che essa sta
percorrendo dalla fine del bipolarismo. Questa trasformazione della NATO
ha due dimensioni:
- l’allargamento dei membri e la costruzione di relazioni speciali con
tutti i paesi europei;
- lo sviluppo di nuove missioni dell’Alleanza che assumono la forma di
capacità militari per compiti di emergenza e gestione di crisi in
Europa e anche nelle aree che circondano l’Europa.
- L’alterazione della NATO si riassume nel passaggio dalla sua originaria
natura di organizzazione di difesa collettiva a quella di organizzazione di
sicurezza collettiva, evoluzione congeniale con la tendenza del declino
delle alleanze militari e dell’emergenza delle partnership regionali
di sicurezza.
- La difesa collettiva è una forma di sicurezza concordata da un numero
ristretto di stati che ritengono di avere lo stesso nemico, cioè
ritengono che uno stato o una coalizione di stati sia la principale
minaccia ai loro interessi fondamentali. Per questa ragione essi
concordano patti di alleanza militare che dettagliatamente prevedono i
casi di soccorso reciproco oppure la congiunzione delle loro forze armate
o i due meccanismi allo stesso tempo.
- La sicurezza collettiva, invece, è una forma di sicurezza ispirata da
un concetto molto antico che nel pensiero contemporaneo è legato alla
versione wilsoniana del termine. Il presidente americano Woodrow Wilson ne
aveva fatto il concetto principale della sua visione di riorganizzazione
delle relazioni internazionali dopo la prima guerra mondiale. Si deve a
lui l’idea di costituire un’organizzazione mondiale (in concreto la
Società delle Nazioni) caricato del compito di difendere la sicurezza di
tutti gli stati attuando la repressione di qualsiasi aggressione militare
di uno stato contro altri mediante la congiunzione delle forze degli stati
membri.
- La riproposizione dell’idea di sicurezza collettiva nei nostri giorni
– che è alla base dei progetti di partnership regionali di
sicurezza - è legata a un differente contesto mondiale e a una differente
esperienza di politica internazionale. Il contesto mondiale è quello al
quale ci riferiamo comunemente con il termine di globalizzazione, cioè il
contesto di un mondo sotto gli effetti dell’espansione dell’interdipendenza
e della interconnessione dei sistemi statali. L’esperienza politica
internazionale, invece, è quella maturata in Europa con il Processo di
Helsinki all’ombra dei negoziati del controllo degli armamenti tra Stati
Uniti ed Unione Sovietica.
- Tutto questo ha dato luogo alla fortuna del concetto di sistema o partnership
regionale di sicurezza collettiva. In questo tipo di sistema non c’è
una sola organizzazione internazionale che assume il compito di attuare la
repressione dell’aggressore, ma il sistema si basa
- su una struttura formata da istituzioni e meccanismi
internazionali (non tutti includenti tutti gli stati della regione) che
progettano gli strumenti della sicurezza cooperativa e comprensiva, e
- sulla permanenza degli stati come agenti capaci di adeguamento
alla e trasformazione della struttura stessa.
- In questa prospettiva, l’amministrazione americana dei presidenti Bush e
Clinton ha proceduto a:
- creare il Consiglio di Cooperazione dell’Atlantico del Nord e,
successivamente, la Partnership for Peace che aprendo l’Alleanza al
vecchio nemico ne hanno messo in dubbio la natura di organizzazione di
difesa collettiva;
- formulare il nuovo concetto strategico dell’Alleanza atlantica che le ha
dato anche la responsabilità delle condizioni interne degli stati come
fattore di sicurezza;
- revisionare la CSCE con la Carta di Parigi che ammetteva la sicurezza
cooperativa e comprensiva come fondamento della stabilità regionale europea
- riformare la NATO con il concetto di CJTFs, l’ammissione di nuovi membri,
gli accordi con i paesi dell’Europa orientale e la stessa Russia
- sviluppare le capacità di gestione di crisi.
In tal modo, la NATO è diventata l’istituzione perno
della struttura della sicurezza collettiva europea e ha conservato la
leadership degli Stati Uniti sugli agenti statali della sicurezza collettiva.
- Quando la NATO e l’Unione Europa supereranno la soglia dei venti paesi
membri non solo la struttura della sicurezza europea sarà diversa dall’attuale;
anche i processi decisionali delle due organizzazioni saranno differenti. Se
l’Unione Europea è periodicamente impegnata in conferenze
intergovernative di riforma della sua struttura istituzionale e decisionale,
la NATO non funziona nello stesso modo ed è destinata a conservare il suo
assetto decisionale "gerarchico". Questo non esclude che, dal
punto di vista sostanziale, il processo decisionale dell’Alleanza diventi
più articolato e complesso. Il "pilastro" europeo diventerà
inevitabilmente più forte, anche perché alcuni nuovi membri dell’Alleanza
saranno nuovi membri dell’Unione Europea e l’identità europea sarà
perciò più consistente. I partners non-membri dell’Alleanza, inoltre, si
daranno da fare per rappresentare i loro interessi e cercheranno in qualche
modo di influenzare il processo decisionale formale dell’Alleanza.
Gli Stati Uniti, quindi, dovranno sviluppare capacità di
leadership adeguate al nuovo contesto decisionale e saranno probabilmente più
disponibili a percorrere processi negoziali che producono decisioni fondate su
un largo consenso degli alleati e dei partners. In cambio gli Stati Uniti
potranno godere della leadership di un’alleanza militare fondata su una
larga omogeneità delle forze armate dei paesi membri e della loro abitudine
al dialogo con tutti gli stati del sistema di partnership.
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