Danilo Zolo

F. Halliday The World at 2000

Houndmills: Palgrave, 2001, ISNB: 0-333-94535-2


In poco più di 160 pagine il manualetto di Halliday presenta un panorama molto conciso delle relazioni internazionali all'alba del nuovo millennio. Dopo una breve prefazione, l'autore passa in rassegna, con una prosa fluida e ricca di riferimenti fattuali, le vicende internazionali che hanno caratterizzato il Novecento, per poi impegnarsi in una veloce esposizione dei problemi oggi sul tappeto: la crisi della sovranità degli Stati nazionali; i grandi processi di dislocazione del potere internazionale che stanno spostando il centro di gravità planetario verso oriente (verso la Cina e il Pacifico, in particolare); le turbolenze che i contrasti etnici, i dissesti climatici, le epidemie, le organizzazioni criminali e le crisi dei mercati finanziari producono a livello planetario; lo scontro fra le tendenze egemoniche dell'occidente e in particolare degli Stati Uniti e i movimenti 'anti-imperialisti' che, da Seattle in poi, contestano il progetto di un global humanitarian regime guidato dalle grandi potenze industriali; la diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza che i processi di unificazione mondiale dei mercati oggi producono.

Halliday non si limita ad una rassegna dei problemi aperti: indica esplicitamente, sia pure in termini molto sommari, alcune premesse filosofiche della sua interpretazione della situazione mondiale e propone alcune formule per la realizzazione di un just order universale.

Dal punto di vista delle premesse filosofiche generali Halliday dichiara che il suo obiettivo teorico è l'international reason (cf. p. ix). Con questo termine l'autore allude ad un approccio analitico ed etico che aspira ad essere razionale ed universale e che propone valutazioni delle contese internazionali sulla base di una discussione razionale. In questa linea, il capitolo conclusivo del libro, intitolato For a Radical Universalism, espone una serie di argomenti contro le ideologie antiuniversalistiche che fanno leva su valori come la comunità politica, l'identità collettiva, la rivendicazione della sovranità statale. Contro il particolarismo di queste posizioni Halliday sostiene, in poco più di tre pagine (cf. pp. 144-48), che l'ordine e la giustizia internazionale richiedono l'affermazione di tre principi: l'eguaglianza, la democrazia e la tutela dei diritti individuali.

Ciò che si può osservare criticamente a proposito di quest'opera è la sua tendenza ad appiattire e banalizzare le tragedie e i conflitti che oggi infiammano e insanguinano il mondo alla luce di un pragmatico buon senso anglosassone. Il mondo è visto, nonostante un sincero sforzo di superare i più elementari pregiudizi del punto di vista occidentale, entro una prospettiva schiettamente etnocentrica che fa leva sui luoghi comuni del moralismo e dell'universalismo caratteristici dei Western globalists, per usare un'espressione sottilmente ironica, cara a Hedley Bull. Secondo lo stile dei teorici occidentali dell'etica delle relazioni internazionali -- da Michael Walzer a Charles Beitz, a Stanley Hoffmann, a Joseph Nye -- Halliday non dedica una sola riga a chiarire che cosa si debba intendere, con riferimento ai rapporti internazionali, per 'ragione' e per 'argomento razionale', come se non si trattasse di temi fra i più controversi della epistemologia e delle filosofia contemporanee. Né l'autore viene sfiorato dalla preoccupazione di chiarire che cosa si debba intendere oggi, in un mondo sempre più caratterizzato dal politeismo delle credenze morali, per 'etica' e, tanto più, per etica universale. Né si impegna a giustificare, in termini deontici, i fondamenti di obbligatorietà di questo tipo di pretesa normativa.

Altrettanto si può dire per nozioni come 'uguaglianza', 'democrazia' e 'diritti', sbrigativamente proposti come la panacea universale per la realizzazione della pace e della giustizia fra gli uomini. Come se non esistesse un'amplissima letteratura, da Alf Ross a Norberto Bobbio, sulle antinomie della nozione di giustizia se non addirittura sulla sua vacuità concettuale; come se la teoria e la prassi della democrazia rappresentativa non fosse stata sottoposta, in Occidente come in Oriente, ad una critica corrosiva, che denuncia le 'promesse non mantenute' e non mantenibili dei padri fondatori della tradizione liberal-democratica europea; come se, infine, non fosse in atto un dibattito di grande ampiezza, da Jürgen Habermas a Samuel Huntington, a Richard Rorty, sul fondamento deontico e sulla universalità della dottrina dei diritti dell'uomo, oggi fortemente contestata sia in Occidente sia, e soprattutto, in Oriente (Halliday trascura l'intera questione degli Asian values).

A tutto ciò si aggiunga la sbrigatività degli argomenti (cf. p. 40) con i quali l'autore si sbarazza delle tesi che denunciano l'unilateralismo egemonico degli Stati Uniti come una nuova, inedita forma di esercizio di un potere imperiale su scala globale. E si aggiunga il totale silenzio che Halliday riserva a temi cruciali per capire le trasformazioni strutturali oggi in corso a livello globale come la trasformazione funzionale della Nato, il superamento del principio di non ingerenza nella domestic jurisdiction degli Stati nazionali da parte delle grandi potenze e l'affermazione, dalla guerra del Golfo in poi, dell'ideologia universalista del humanitarian interventionism che da ultimo ha giustificato, in nome della tutela dei diritti dell'uomo, l'attacco militare della Nato nei confronti della Repubblica Jugoslava in violazione della Carta delle Nazioni Unite e nonostante l'opposizione di paesi come la Russia, l'India e la Cina che rappresentano assieme quasi i due terzi dell'umanità.

Danilo Zolo is Professor of Politics and the University of Florence, Italy.